Io sono sempre stato molto curioso e spesso con i miei amici mi chiedevo chi poteva essere quell’ignoto personaggio fino a quando, il giorno prima del primo incontro, la prof. di religione ci ha svelato che era una persona che parlava solo attraverso il computer.
Quando Mario è entrato in classe con i suoi due aiutanti, Manuela e Roberto, e si è presentato parlandoci, ho subito pensato che la prof. aveva proprio sbagliato.
Mario è una persona disabile, infatti non riesce a camminare da solo; Roberto e Manuela lo aiutano ad andare sia in carrozzina sia con una strana stampella grande, simile a un carrello da spesa, che lo regge in piedi ma, visto il suo deficit, lo fa andare molto piano.
Mario è simpaticissimo e, invece di parlarci delle persone disabili in maniera triste, ci ha proposto dei giochi. Mi sono altrettanto piaciute le sue lezioni di positività: egli ci ha insegnato a trasformare i pensieri negativi in pensieri positivi.
Ci ha fatto riflettere sul fatto che anche una persona disabile può giocare, fare sport, essere simpatica, intelligente e anche autonoma in certi casi.
Mario ci ha insegnato la differenza tra handicap e deficit.
L’handicap è un ostacolo che mette in difficoltà una persona con dei deficit.
Un gradino, ad esempio, è un handicap grave per una persona in carrozzina e bisogna trasformarlo in rampa affinché chi ha il deficit possa superarlo. Quindi è sbagliato dire che una persona è handicappata, si può dire invece che è deficiente (in termini non offensivi).
In questa esperienza ho imparato ad accettare e ad aiutare le persone che hanno un po’ di problemi e soprattutto, i giochi fatti con Mario, mi hanno fatto prendere coscienza sul disagio che provano i disabili nel comunicare, nel camminare e nel rapportarsi con gli altri e col mondo esterno.
Non c’è niente che migliorerei in questi significativi incontri. Trovo che i giochi siano stati un ottimo strumento di comunicazione perché non hanno reso noiose le spiegazioni, anzi, ci hanno perfettamente fatto capire il messaggio di Mario.
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